17-19 settembre 2010, Assisi, Seminario nazionale, “Moralità pubblica e passione civile. La sfida della rigenerazione del Paese”

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Chiesa e Mezzogiorno 
 
Sud protagonista
del proprio sviluppo
 
Maneggiare con cura. E fare attenzione ad un duplice trabocchetto. Il primo lascia sibilare che nulla di nuovo sia contenuto nel documento dell’episcopato italiano sul Mezzogiorno appena pubblicato. Il secondo sussurra che si tratta, appunto, di un testo, solo di un ennesimo elaborato di cui la Chiesa italiana resta autrice prolifica.
Siamo invece davanti a ben altro. Anche nel lessico: chiaro, incisivo e ardimentoso. Che manifesta un approccio culturale al Sud fiduciosamente dirompente. Che interpella e scuote, pur nella prosa piana e lineare. Che convoca le coscienze dei singoli, ma pure le responsabilità dello Stato e delle istituzioni, della politica e dell’economia, interrogando – non per ultimo – il mondo ecclesiale locale e nazionale.
«Abbiamo il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili», scrivono i presuli. Capperi! Chi lo dice più con convinzione pensando al Mezzogiorno? Eppure i vescovi hanno ben presente «ogni tentazione di torpore e di inerzia», che sovrasta la materia. Per questo dicono pane al pane: «Svelare la verità di un disordine abilmente celato e saturo di complicità, far conoscere la sofferenza degli emarginati e degli indifesi, annunciando ai poveri, in nome di Dio e della sua giustizia, che un mutamento è possibile, è uno stile profetico che educa a sperare».
Stile profetico. Niente di meno serve oggi. La Chiesa – nell’asfittico panorama culturale italiano ed occidentale – può darne ancora prova: «Ecco allora il nostro appello – si legge nella parte finale del testo –: bisogna osare il coraggio della speranza».
Si coglie con immediatezza che il documento è attraversato da un respiro che s’è fatto metodo Il testo è infatti il frutto di una riflessione davvero condivisa e non il risultato di un gruppo di specialisti. Raccoglie gli esiti del convegno dello scorso anno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud”, ulteriormente elaborati sino all’approvazione, nello scorso gennaio, da parte del Consiglio permanente della Cei. Prima della pubblicazione, tuttavia, la bozza è stata rimandata a tutti i vescovi, in modo da arrivare ad un documento che fosse, com’è stato precisato, «espressione dell’intero episcopato, così da ribadire la nota della reciprocità, per cui solo insieme si affrontano i problemi e le sfide del Paese».
“Reciprocità” è un termine inusuale divenuto adesso parola-chiave, rivelatrice di un approccio culturale che vede nell’amore e nella reciprocità dell’amore la condizione per un lettura della realtà più completa, più oggettiva, più veritiera, più capace di scorgere i segni dei tempi immessi dallo Spirito nelle pieghe del nostro travagliato presente.
I vescovi premettono infatti che intendono «dare un contributo alla comune fatica del pensare», esercizio sempre raro nel Paese. Ma basano questo servizio sulla consapevolezza che «soltanto questa reciprocità d’amore ci permette di essere riconosciuti da tutti come suoi discepoli». E qui innestano un’altra espressione cruciale: lo sguardo d’amore verso la propria terra. Ma niente sdolcinato sentimentalismo. Sentite un po’: «Il nostro guardare al Paese, con particolare attenzione al Mezzogiorno, vuole essere espressione, appunto, di quell’amore intelligente e solidale che sta alla base di uno sviluppo vero e giusto, in quanto tale condiviso da tutti, per tutti e alla portata di tutti».