Atti Seminario “Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio”

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INTERVENTO PADRE SPADARO

“Non rivisto dall’autore”

SEMINARIO SULLA COMUNICAZIONE: “NON SI ACCENDE UNA LAMPADA PER METTERLA SOTTO IL MOGGIO”
LUNEDÌ 01 OTTOBRE 2018 – PIAZZA SAN CALISTO 16 – ROMA

Ci sono diverse idee da approfondire: la rete non esiste solo perché noi parliamo della rete dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche che particolarmente ci affascinano. Dovremmo porci un’altra domanda per comprendere il significato antropologico della rete, e cioè: a quali domande risponde la rete?

La rete risponde ai vecchi bisogni di relazione e di conoscenza: cambia la forma della risposta, nuova e particolare, ma le domande sono le stesse che ci poniamo da sempre.
Papa Francesco nel 2014, nel suo messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali, disse: “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone”, perché uno dei problemi che abbiamo è che riteniamo la rete uno strumento.
Ma dovremmo abolire questo termine. Essa non è uno strumento: è un luogo da vivere, un ambiente da abitare in quanto contesto di relazione e conoscenza, nel quale ci si può esprimere e possono emergere dubbi, problemi e sentimenti.
Internet è un’esperienza che non può essere compresa se interpretata in termini strumentali. In particolare Benedetto XVI nel suo ultimo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni disse chiaramente: “l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei giovani”.
Non considerare l’ambiente digitale come un ambiente reale, porta a vivere una schizofrenia che abbiamo addirittura applicato nell’educazione dei ragazzi.
Un esempio: nel momento in cui diciamo che l’amicizia su Facebook non è una vera amicizia, insistendo sulla finzione, ne togliamo la consistenza morale. Pertanto in rete i ragazzi faranno quello che vogliono, non considerandolo un ambiente reale, senza alcun tipo di filtro e senza dare importanza alle parole che si usano.

Le 5 sfide che possono aiutare a riflettere sulla comunicazione sono:

Dalla risposta alla domanda.

Siamo circondati di risposte-informazioni, voci, opinioni, che a volte anticipano anche le domande. La difficoltà non è trovare le risposte, ma discernere e capire le risposte giuste. Anche il Vangelo viene presentato come il libro che contiene tutte le risposte, ma il problema oggi è l’opposto. Il Vangelo va considerato come il luogo in cui sono incluse tutte le domande utili per l’uomo.

Dai contenuti alle persone.

Oggi non sono più centrali i contenuti, che sono sempre a disposizione di tutti, bensì le persone: tutto ruota intorno alle persone e alla loro voglia di fruire dei contenuti. Un tempo con il catechismo c’erano temi ben organizzati, oggi la rete sta cambiando il nostro modo di pensare e di approcciare la realtà. I contenuti ci interessano nella misura in cui ci toccano, e vengono dopo le persone.

Dalla trasmissione alla testimonianza.

Non è la trasmissione ad avere senso, ma la relazione. Non comunichi nulla se non c’è una relazione, una condivisione. Ognuno sui social network diventa testimonial del contenuto che condivide… così come è accaduto per l’evangelizzazione. La logica della comunicazione, ai tempi dei media digitali, diventa una logica testimoniale. Diceva Benedetto XVI nel 2011: “Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze e i loro ideali”.

Dai contenuti alle relazioni.

Il valore stesso delle notizie (in tema giornalistico) non è più intrinseco al loro stesso contenuto, ma si ritrova nella loro capacità di creare relazione. Un contenuto è significativo solo se è in grado di generare pensiero e relazioni tra i contenuti e le persone, o creare conversazione tra la gente, altrimenti il contenuto è privo di valore. La vocazione cristiana che si può dissotterrare da questa realtà è: l’annuncio della Parola, che è un contenuto informativo, diventa significativo se crea comunità, incontro o dialogo.

Dall’interazione all’interiorizzazione e viceversa.

Interiorizzazione oggi è anche creare interazioni tra i contenuti. Molti accusano le giovani generazioni di non riuscire a interiorizzare, vedendo in loro della superficialità; ma in realtà le nuove generazioni hanno una capacità di conoscenza e interiorizzazione differente rispetto a quelle precedenti. Esse hanno un’altra forma di interiorizzazione che è la capacità di creare connessione tra i contenuti e quindi ad una interazione. Noi siamo convinti che scrivendo un articolo rimanga come un’unità chiusa, invece, al tempo della rete, proprio per questa necessità di interazione, i contenuti si aprono a commenti, a una condivisione e questa è una grande sfida antropologica: intendere in forme nuove l’interiorizzazione dei contenuti.

La rete non è certo priva di ambiguità e di utopie, in ogni caso, la società fondata sulla comunicazione ci pone delle sfide grosse, significative e appassionanti. Le sfide sonio esigenti, quindi il nostro compito lo è altrettanto.

INTERVENTO Mauro Monti – Tv2000

” Rivisto dall’autore”

I. Per una condivisione più civile sui social
La nostra è sempre più una società social che non sa più confrontarsi in maniera civile. Il luogo della
condivisione si trasforma in arena, dove si battono accusatori senza pietà, dove tutti si sentono autorizzati a
sfogare i propri istinti repressi.
A volte basta un tweet per scatenare l’inferno, come disse Edward Lorenz, matematico statunitense, uno
degli sviluppatori della teoria del caos, nel 1972, poi ripreso più volte da tanti: «Può il batter d’ali di una
farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?».
Molto spesso siamo di fronte veramente ad un battito d’ali, o ad uno sciame di moscerini costruiti in
laboratorio che riescono a portare scompenso nel dibattito pubblico; provocando confusione, questi troll
danno voce a paure nascoste, mettono in luce e allo scoperto le nostre paure più profonde, trascinandosi
dietro voci e volti reali che a loro volta tirano fuori il peggio senza vergogna, quella santa vergogna che
invece ci salva spesso dal cadere nel ridicolo.
Cosa fare? Occorre mettersi al lavoro, non sentirsi spettatori, perché le nostre singole azioni possono
contribuire quanto meno a limitare questa deriva e a non alimentarla.
Si evidenziano tre livelli di responsabilità:
1. Personale. Cosa condivido? Come voglio apparire?
2. Comunitaria. Seguo quello che fanno i miei figli sui social? Metto a disposizione (per quanto riguarda gli
operatori della comunicazione) la mia professionalità nelle scuole (attraverso gli insegnanti dei nostri figli,
parenti o amici) e nella parrocchia?
3. Lavorativa. Mi fanno comodo i commenti, quali essi siano? A Tv2000 abbiamo una pagina Facebook
seguita da 286mila persone e un account twitter con 33.200 follower. Nel solo mese di agosto 2018
abbiamo registrato 13.600.000 impression (il numero di volte in cui il post è stato visualizzato da una
persona sul proprio schermo) e 8.600.000 utenti unici e su Twitter 1.400.000 visualizzazioni. Rimuovere un
commento offensivo sotto un post, depotenzia il post stesso in termini di visualizzazioni e condivisioni, ma
a noi non interessa. Come non ci interessano follower fasulli e numeri gonfiati. La credibilità passa anche, o
forse soprattutto, dalle rinunce.
È in dirittura di arrivo la pubblicazione di una Social Media Policy esterna, rivolta ai nostri utenti, per
ricordare che nella piazza virtuale parlano voci e volti reali che non possono essere bersaglio di offese.
Davanti alla tastiera o al nostro cellulare, non vediamo in faccia il nostro interlocutore, ma quello che
scriviamo può essere letto da tutti. E quindi la regola è sempre la stessa: contare fino a 10, per continuare a
contare per come siamo realmente.

II. Social diversi, linguaggi diversi
Il primo consiglio è evitare di aprire profili social in ogni piattaforma se non si posseggono le forze per
seguirli tutti al meglio.
Ogni social, poi, ha il suo linguaggio: con un semplice copia e incolla si perde poco tempo ma non si arriva
da nessuna parte.
Su Facebook, per esempio, il contenuto va accompagnato da un testo (breve) che incuriosisca, con un
linguaggio semplice, che provochi interesse, che smuova le emozioni in modo da provocare se non un click
diretto almeno una interazione.

Twitter è invece più diretto, legato al momento e anche se in continua evoluzione nelle caratteristiche, è a
scadenza breve. E’ legato all’andamento delle discussioni, alla scelta dell’hashtag giusto.
Instagram ha bisogno ovviamente di un’immagine, ma che non sia una semplice foto di accompagnamento:
questa deve descrivere già da sola il contenuto del post.
Per non parlare di Linkedin, più rivolto ad una platea business e dunque con un linguaggio necessariamente
più “alto”.
Insomma, per stare sui social non basta aprire un profilo: serve aggiornamento continuo, voglia di
comunicare, capacità di adattamento.