Atti Seminario “Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio”

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INTERVENTO PADRE SPADARO

“Non rivisto dall’autore”

SEMINARIO SULLA COMUNICAZIONE: “NON SI ACCENDE UNA LAMPADA PER METTERLA SOTTO IL MOGGIO”
LUNEDÌ 01 OTTOBRE 2018 – PIAZZA SAN CALISTO 16 – ROMA

Ci sono diverse idee da approfondire: la rete non esiste solo perché noi parliamo della rete dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche che particolarmente ci affascinano. Dovremmo porci un’altra domanda per comprendere il significato antropologico della rete, e cioè: a quali domande risponde la rete?

La rete risponde ai vecchi bisogni di relazione e di conoscenza: cambia la forma della risposta, nuova e particolare, ma le domande sono le stesse che ci poniamo da sempre.
Papa Francesco nel 2014, nel suo messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali, disse: “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone”, perché uno dei problemi che abbiamo è che riteniamo la rete uno strumento.
Ma dovremmo abolire questo termine. Essa non è uno strumento: è un luogo da vivere, un ambiente da abitare in quanto contesto di relazione e conoscenza, nel quale ci si può esprimere e possono emergere dubbi, problemi e sentimenti.
Internet è un’esperienza che non può essere compresa se interpretata in termini strumentali. In particolare Benedetto XVI nel suo ultimo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni disse chiaramente: “l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei giovani”.
Non considerare l’ambiente digitale come un ambiente reale, porta a vivere una schizofrenia che abbiamo addirittura applicato nell’educazione dei ragazzi.
Un esempio: nel momento in cui diciamo che l’amicizia su Facebook non è una vera amicizia, insistendo sulla finzione, ne togliamo la consistenza morale. Pertanto in rete i ragazzi faranno quello che vogliono, non considerandolo un ambiente reale, senza alcun tipo di filtro e senza dare importanza alle parole che si usano.

Le 5 sfide che possono aiutare a riflettere sulla comunicazione sono:

Dalla risposta alla domanda.

Siamo circondati di risposte-informazioni, voci, opinioni, che a volte anticipano anche le domande. La difficoltà non è trovare le risposte, ma discernere e capire le risposte giuste. Anche il Vangelo viene presentato come il libro che contiene tutte le risposte, ma il problema oggi è l’opposto. Il Vangelo va considerato come il luogo in cui sono incluse tutte le domande utili per l’uomo.

Dai contenuti alle persone.

Oggi non sono più centrali i contenuti, che sono sempre a disposizione di tutti, bensì le persone: tutto ruota intorno alle persone e alla loro voglia di fruire dei contenuti. Un tempo con il catechismo c’erano temi ben organizzati, oggi la rete sta cambiando il nostro modo di pensare e di approcciare la realtà. I contenuti ci interessano nella misura in cui ci toccano, e vengono dopo le persone.

Dalla trasmissione alla testimonianza.

Non è la trasmissione ad avere senso, ma la relazione. Non comunichi nulla se non c’è una relazione, una condivisione. Ognuno sui social network diventa testimonial del contenuto che condivide… così come è accaduto per l’evangelizzazione. La logica della comunicazione, ai tempi dei media digitali, diventa una logica testimoniale. Diceva Benedetto XVI nel 2011: “Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze e i loro ideali”.

Dai contenuti alle relazioni.

Il valore stesso delle notizie (in tema giornalistico) non è più intrinseco al loro stesso contenuto, ma si ritrova nella loro capacità di creare relazione. Un contenuto è significativo solo se è in grado di generare pensiero e relazioni tra i contenuti e le persone, o creare conversazione tra la gente, altrimenti il contenuto è privo di valore. La vocazione cristiana che si può dissotterrare da questa realtà è: l’annuncio della Parola, che è un contenuto informativo, diventa significativo se crea comunità, incontro o dialogo.

Dall’interazione all’interiorizzazione e viceversa.

Interiorizzazione oggi è anche creare interazioni tra i contenuti. Molti accusano le giovani generazioni di non riuscire a interiorizzare, vedendo in loro della superficialità; ma in realtà le nuove generazioni hanno una capacità di conoscenza e interiorizzazione differente rispetto a quelle precedenti. Esse hanno un’altra forma di interiorizzazione che è la capacità di creare connessione tra i contenuti e quindi ad una interazione. Noi siamo convinti che scrivendo un articolo rimanga come un’unità chiusa, invece, al tempo della rete, proprio per questa necessità di interazione, i contenuti si aprono a commenti, a una condivisione e questa è una grande sfida antropologica: intendere in forme nuove l’interiorizzazione dei contenuti.

La rete non è certo priva di ambiguità e di utopie, in ogni caso, la società fondata sulla comunicazione ci pone delle sfide grosse, significative e appassionanti. Le sfide sonio esigenti, quindi il nostro compito lo è altrettanto.

INTERVENTO Mauro Monti – Tv2000

” Rivisto dall’autore”

I. Per una condivisione più civile sui social
La nostra è sempre più una società social che non sa più confrontarsi in maniera civile. Il luogo della
condivisione si trasforma in arena, dove si battono accusatori senza pietà, dove tutti si sentono autorizzati a
sfogare i propri istinti repressi.
A volte basta un tweet per scatenare l’inferno, come disse Edward Lorenz, matematico statunitense, uno
degli sviluppatori della teoria del caos, nel 1972, poi ripreso più volte da tanti: «Può il batter d’ali di una
farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?».
Molto spesso siamo di fronte veramente ad un battito d’ali, o ad uno sciame di moscerini costruiti in
laboratorio che riescono a portare scompenso nel dibattito pubblico; provocando confusione, questi troll
danno voce a paure nascoste, mettono in luce e allo scoperto le nostre paure più profonde, trascinandosi
dietro voci e volti reali che a loro volta tirano fuori il peggio senza vergogna, quella santa vergogna che
invece ci salva spesso dal cadere nel ridicolo.
Cosa fare? Occorre mettersi al lavoro, non sentirsi spettatori, perché le nostre singole azioni possono
contribuire quanto meno a limitare questa deriva e a non alimentarla.
Si evidenziano tre livelli di responsabilità:
1. Personale. Cosa condivido? Come voglio apparire?
2. Comunitaria. Seguo quello che fanno i miei figli sui social? Metto a disposizione (per quanto riguarda gli
operatori della comunicazione) la mia professionalità nelle scuole (attraverso gli insegnanti dei nostri figli,
parenti o amici) e nella parrocchia?
3. Lavorativa. Mi fanno comodo i commenti, quali essi siano? A Tv2000 abbiamo una pagina Facebook
seguita da 286mila persone e un account twitter con 33.200 follower. Nel solo mese di agosto 2018
abbiamo registrato 13.600.000 impression (il numero di volte in cui il post è stato visualizzato da una
persona sul proprio schermo) e 8.600.000 utenti unici e su Twitter 1.400.000 visualizzazioni. Rimuovere un
commento offensivo sotto un post, depotenzia il post stesso in termini di visualizzazioni e condivisioni, ma
a noi non interessa. Come non ci interessano follower fasulli e numeri gonfiati. La credibilità passa anche, o
forse soprattutto, dalle rinunce.
È in dirittura di arrivo la pubblicazione di una Social Media Policy esterna, rivolta ai nostri utenti, per
ricordare che nella piazza virtuale parlano voci e volti reali che non possono essere bersaglio di offese.
Davanti alla tastiera o al nostro cellulare, non vediamo in faccia il nostro interlocutore, ma quello che
scriviamo può essere letto da tutti. E quindi la regola è sempre la stessa: contare fino a 10, per continuare a
contare per come siamo realmente.

II. Social diversi, linguaggi diversi
Il primo consiglio è evitare di aprire profili social in ogni piattaforma se non si posseggono le forze per
seguirli tutti al meglio.
Ogni social, poi, ha il suo linguaggio: con un semplice copia e incolla si perde poco tempo ma non si arriva
da nessuna parte.
Su Facebook, per esempio, il contenuto va accompagnato da un testo (breve) che incuriosisca, con un
linguaggio semplice, che provochi interesse, che smuova le emozioni in modo da provocare se non un click
diretto almeno una interazione.

Twitter è invece più diretto, legato al momento e anche se in continua evoluzione nelle caratteristiche, è a
scadenza breve. E’ legato all’andamento delle discussioni, alla scelta dell’hashtag giusto.
Instagram ha bisogno ovviamente di un’immagine, ma che non sia una semplice foto di accompagnamento:
questa deve descrivere già da sola il contenuto del post.
Per non parlare di Linkedin, più rivolto ad una platea business e dunque con un linguaggio necessariamente
più “alto”.
Insomma, per stare sui social non basta aprire un profilo: serve aggiornamento continuo, voglia di
comunicare, capacità di adattamento.

 

**TRASCRIZIONI NON RIVISTE DAGLI AUTORI **

Intervento di Bruno Mastroianni

Buonasera a tutti e grazie dell’invito. Cercherò di dare un contributo basato sull’esperienza e sull’analisi perché è ormai necessario rendersi conto che siamo immersi in un nuovo scenario che ci riguarda come esseri umani. Guardare al mondo digitale o dei social media esclusivamente come uno strumento rischia di essere un modo di guardare alla realtà con gli occhiali sbagliati e vede sfocato quello che sta succedendo. Dopo un po’ di tempo, è cresciuta in noi la delusione nella connessione e nell’interconnessione: mano a mano che la rete è entrata nelle tasche di tutti, che connettersi è diventata una questione sempre più quotidiana, diffusa, di che cosa ci siamo accorti? Ci siamo accorti di come funzioniamo come esseri umani. Cioè, io sostengo fermamente che non si stava meglio quando si vedeva meno, perché prima c’era lo stesso odio, risentimento, c’erano le stesse forme di dissenso, di protesta, anche di ignoranza; c’erano, ma rimanevano lì. Cioè, le persone che provavano quell’odio, quella frustrazione e quel risentimento non avevano alcuna possibilità di farcelo sapere. Io lavoro per la TV, mi occupo di programmi dei social, degli account social di programmi televisivi. La televisione non è abituata a quello che sta succedendo online, la televisione è abituata a parlare a una persona che sta zitta sul divano di casa tua. Anche se grida contro il televisore, la televisione non lo sente, non sente il pubblico. Il compito del pubblico è far parte dello share. Posso, come autore, concederti di farti fare la telefonata da casa, di chiamarti come ospite in trasmissione, ma seleziono sempre io. Con la rete non è così. Con la rete ognuno ha la possibilità, essendo più o meno ascoltato, di rispondere, di rilanciare, di commentare, di obiettare, di insultare. Quindi è chiaro che per tutti noi, che eravamo abituati a un diverso scenario, questo è stato piuttosto scioccante. Oltre alla delusione, infatti, ha provocato anche un vero e proprio shock, che tra l’altro ci ha anche un po’ compiaciuto di alcune cose di cui eravamo convinti prima. Per esempio, un’esperienza concreta e recente che ho avuto: mi sono occupato dell’account di Techetechetè, la trasmissione che va in onda tutta l’estate, che è molto bella e ha contenuti interessanti, anche le conversazioni che si sono generate con il pubblico online, di cui io mi sono occupato. A un certo punto è andata in onda una puntata sul telefono in cui hanno fatto vedere una ripresa degli anni Sessanta, in cui le telecamere entravano nella zona delle centraliniste della RAI. Ovviamente c’erano due centraliniste che venivano intervistate, erano due signore elegantissime, con i capelli appena fatti, che parlavano un italiano perfetto, con una dizione perfetta, con una proprietà di linguaggio straordinaria. Allora gli utenti di Techetechetè si sono messi a dire: “Lo vedi, un tempo perfino le centraliniste della RAI parlavano l’italiano perfetto ed erano eleganti”. Non si rendevano conto gli utenti della selezione che quel giorno sarà stata fatta tra le centraliniste, scegliendo solo quelle che parlavano meglio l’italiano, quelle che avevano più proprietà di linguaggio per mandarle davanti alla TV. Noi veniamo da un mondo in cui la realtà si selezionava per mostrarla. La parte residuale della realtà, la parte scartata non eravamo abituati che avesse voce in capitolo. Noi eravamo abituati a fare un luogo in cui c’era ciò che raccontavamo e al di fuori di quel luogo, al di fuori di quei confini, c’era proprio ciò che è fuori luogo, a cui di solito non si dava voce. Perché? Perché era indegno, perché era disturbante, perché era fastidioso, non era adatto. La rete, invece, non permette che i confini attorno al luogo che abbiamo stabilito siano così presidiabili, perché ciò che è fuori luogo viene fuori lo stesso, che piaccia o no. È come quello che ci accade molto spesso quando siamo in giro per strada, rispetto a quando siamo a casa nostra: vediamo spesso comportamenti che ci sembrano fuori luogo. Ecco, la rete ha potenziato questi comportamenti, atteggiamenti e risposte: ora possano arrivare più forte e chiaro, anzi, rimangono proprio scritti. Ma non li ha creati il web. C’è sempre qualche persona dietro che sta scrivendo. Siamo proprio noi, siamo sempre noi a farli. Ora il fuori luogo, lo scarto, il residuale, ciò che non vorremmo vedere ha comunque voce. Secondo punto: siamo ormai esseri umani interconnessi. Non è lo strumento la questione. Lo strumento è una piccola parte della questione. Il punto è ciò che ha generato lo strumento, il fatto, cioè, che esso ci ha resi molto più interconnessi. E una delle prime conseguenze di questa prima interconnessione tra esseri umani è essere diventati tutti più vicini. E quando siamo tutti vicini cosa viene fuori più di tutto? Quello che un tempo controllavamo meglio, che era il nostro incontrare la differenza. Prima nelle nostre vite incontrare la differenza era soprattutto una questione che spettava a noi, dovevamo avere intenzione di incontrarla. Per il resto riuscivamo a gestire i confini dei nostri ambiti di vita, di lavoro, di discussione. Solo alcune professioni, per esempio i giornalisti e i comunicatori, per professione dovevano uscire dai loro contesti per andare a conoscere, raccontare, avere a che fare con altri. Il mondo del volontariato, dell’assistenza sociale, della mediazione culturale avevano come missione l’incontro con la differenza. Ma il punto questo era sempre che la scelta era intenzionale ed era relegata a un momento specifico, dopodiché tutti avevamo il potere di tornare nei nostri ambiti circoscritti e lì anche un po’ proteggerci. Con l’interconnessione tutto questo è diventato molto meno difendibile. La differenza con l’altro, che tenevamo a distanza perché è una persona che non frequentiamo, ci entra dentro, nei nostri spazi, nel nostro viaggio in autobus; incontriamo qualcuno che vede il mondo in maniera radicalmente diversa dalla nostra e usa, per descriverlo, parole completamente diverse dalle nostre. A questo abbiamo reagito esattamente come facciamo noi esseri umani fin dalla preistoria: quando abbiamo degli incontri con la differenza così preoccupanti, quello che facciamo è cercare sempre più di proteggerci e di circondarci dei nostri, di chi la pensa come noi, di chi vive nel nostro stesso mondo. È un’esigenza umana e importante, no? C’è un elemento della socializzazione che è lo sviluppare comunità, il sentirsi partecipi, il riconoscersi tra i simili. Qual è il problema? Che la tecnologia ci permette di potenziare e far diventare ipertrofico questo istinto umano. Grazie all’online, io posso effettivamente vivere in un mondo in cui sono circondato quasi solo da quelli che la pensano come me, da contenuti che compiacciono la mia visione del mondo, e avere scambi solo con chi è nella mia stessa linea culturale, ideale, religiosa. I social lo permettono! Ma non sono i social a farlo, siamo sempre noi. A volte a me sorprende che nel dibattito pubblico si dica: “Facebook dovrebbe impedire che l’algoritmo ci chiuda in bolle di opinioni omogenee”. Voi veramente pretendete da una multinazionale, che ci apra la mente? Lui dovrebbe riuscire a fare quello che non hanno fatto in anni delle maestre, professori, i genitori, gli insegnanti, i catechisti? Se non abbiamo una mente aperta è colpa dell’algoritmo di Facebook? Mi pare che stiamo puntando il fucile nel bersaglio sbagliato. Io direi piuttosto: dobbiamo puntare sull’essere umano, dobbiamo lavorare sull’essere umano, affinché, muovendosi su queste piattaforme, si renda conto di quali sono quelle sue dinamiche umane che vengono potenziate e usarle per potenziare quelle produttive e generative. Questo è rimettere lo strumento al suo posto. In questa questione dell’interconnessione è successo altro: non solo il rapporto con la differenza è diventato costante e non più sotto il nostro controllo, ma è nata un’altra questione, e cioè che siamo diventati tutti dei piccoli personaggi pubblici. Proviamo a fare un piccolo esercizio quando torniamo a casa: ognuno quando torna a casa si cerchi su Google. Scoprirà che esiste una narrazione su di sé, casuale probabilmente, perché non ci ha lavorato nel verificare cosa appare quando si cerca. Sappiate, ed è importante tenerlo presente, che quello che c’è scritto lì è la parte più pubblica di voi. Perché uno che non vi conosce, se vi vede in una conferenza, se deve prendere un appuntamento con voi, andrà su Google a vedere chi siete. E si farà una sua idea. Poi per fortuna avrete sempre la chance di migliorarla, quell’idea, o anche di peggiorarla. Però si farà questa idea. E allora qua vi faccio un altro raccontino. Un giorno vado in un’università italiana a fare una lezione come ospite. C’erano 200 studenti; di questi studenti, siccome era una facoltà umanistica, circa 180 erano ragazze. Una lezione bellissima, con scambi e domande. Queste studentesse e i pochi studenti maschi che c’erano mi hanno dato un’impressione di serietà, sono rimasto veramente colpito ed è stato veramente faticoso fare quella lezione. Me ne sono tornato a casa felice, dicendo: “Vedi, per fortuna esistono ancora proprio quegli studenti che spremono come un limone il professore, è una cosa meravigliosa”. Mentre tornavo, su Facebook, durante la serata, incominciano ad arrivarmi continue richieste di amicizia da parte di ragazze giovani vestite in modo succinto, messe in pose provocanti. Ho pensato fossero fake. Invece, mano a mano che andava avanti questa ondata, ho scoperto che queste ragazze succinte in pose sexy erano le studentesse che avevo appena incontrato. Non tutte, però diverse di loro, le stesse che mi avevano fatto un’ottima impressione in aula, erano state pertinenti, avevano ben controllato la loro azione pubblica davanti al professore e davanti agli studenti; non si rendevano conto che la foto profilo di Facebook è molto più un atto pubblico per la loro reputazione che il comportamento che hanno avuto in un’aula. Questo non per dire del “pericolo dei social che ci fanno sbagliare l’uso delle immagini”. Qui c’è bisogno di un’educazione al fatto che gli esseri umani interconnessi hanno una dimensione pubblica più estesa, non è più solo per personaggi e per interlocutori istituzionali, è per chiunque è possessore di una connessione. E bisognerà fare un’educazione a gestire la propria immagine pubblica. Strumento e mezzo. Lo strumento va superato, perché è un grande alibi. Spesso ci diciamo: “Vabbè, ma io queste cose non le so usare bene come gli altri”. Ci facciamo la domanda sull’uso. Ma ha ragione Padre Antonio: qui non è questione di come si usano gli strumenti, è molto più profonda, perché stiamo parlando di un ambiente dove si sviluppano relazioni. Ma io direi ancora di più. Insisterei ancora di più nell’idea della dimensione relazionale. Nella nostra vita possiamo stabilire relazioni con gli altri in molti modi. Una dimensione ulteriore in cui possiamo stabilire connessioni è quella online. Tant’è vero che di fatto nessuno di noi separa la dimensione online da quella offline. È come l’elettricità: nessuno di noi pensa all’elettricità, ci pensiamo quando salta la corrente, ci rendiamo conto che gran parte della nostra vita dipende dalla corrente. Per noi è scontato ormai. Stessa cosa accade con la connessione: ormai le mamme si accorgono di quanto sono connesse quando c’è il WhatsApp down. Provate a vedere cosa vi succede, non so se vi è mai successo, che non funzioni la connessione proprio il giorno in cui dovete pagare quella tassa che sta scadendo e avete come unica strada l’internet banking, perché ormai è così quasi per tutti. Cioè, quelli sono i momenti in cui ci accorgiamo di essere umani irrimediabilmente connessi. L’online e l’offline non sono due cose separate, come era forse un tempo. Ora siamo connessi, costantemente. Allora il punto dov’è? Che se la questione è la dimensione relazionale, la domanda è: che vita voglio fare online? È una domanda molto più complessa di: “come uso gli strumenti?”. La domanda che vi voglio porre è: che significato voglio dare a queste relazioni? E se questa domanda sembra troppo alta, io adesso ve la riporto in basso, perché è la domanda tra l’altro vera da farsi nelle attività di comunicazione anche strategica online. Io che curo account di trasmissioni televisive, dico sempre ai miei capi, quando comincio un nuovo lavoro per una trasmissione: “Se tu vuoi distribuire contenuti nella tua trasmissione, la televisione è meglio. Non è la rete il tuo posto, tu già vai in onda, sei già una trasmissione, se il tuo desiderio è offrire contenuti di qualità ben confezionati al largo pubblico, è la TV la tua strada”. Online non si offrono contenuti di qualità al largo pubblico. Oppure anche se si fa questo, in ogni contenuto che si immette nel sistema bisogna aspettarsi che quel contenuto genererà conversazioni, discussioni, condivisioni, rielaborazioni, obiezioni, ondate d’odio, persone che saranno scontente, che molti non ti capiranno. Tutta quest’altra parte, che è la parte relazionale appunto, la vuoi curare o no? Perché se uno dice “No, non la voglio curare”, allora è meglio rifugiarsi il più possibile in mondi che non permettono questo. Sapendo però una cosa molto importante: se tu ti rifugi nel tuo mondo, in cui non hai bisogno di gestire queste relazioni, queste relazioni si svilupperanno comunque. Ci sono trasmissioni che non hanno account aperti, eppure i contenuti di quelle trasmissioni sono discussi, rielaborati, gestiti lo stesso. Perché è questa la realtà, il dibattito continua ad andare avanti reale com’è, brutto, bello, sbagliato, buono, costruttivo o distruttivo. Tu non vuoi giocare, ma la partita è già iniziata. E neanche ti puoi portare via il pallone, è questo il punto. Quindi questo è il punto, vogliamo andare sui social? E allora bisogna sapere che significherà farsi carico di relazioni con chi sta lì e relazioni che avranno come caratteristica molto spesso proprio offrirci quella parte residuale, la differenza, il fuori luogo. Anche qui, secondo me, occhio a definirlo sempre odio. Questa è un’altra cosa che nel dibattito pubblico si è cristallizzata. Ci sono gli “haters”. Io da due anni tutti i giorni gestisco discussioni sull’account della Grande Storia di Rai Tre, e potete immaginarvi quante discussioni possono nascere. Io vi garantisco che anche quello che mi ha detto parolacce e me ne ha dette più volte non riesco a chiamarlo hater. Invece mi ricordo come si chiama e vedo dietro a quello una persona evidentemente frustrata. Però mi sembra difficile riuscire a fare una categoria, come se fossero delle persone che si organizzano per rovinare la rete e odiare. Riesco però a vedere in questo persone che, messe in interconnessione con tutti, avendo una voce, dicono quello che gli passa per la testa. Tant’è vero che se uno inizia a occuparsi dei suoi spazi online e di queste interazioni vede anche quelli che non parlano in prima battuta, perché è chiaro che in prima battuta parlano i più irascibili, i più arrabbiati, i più frustrati, quelli che hanno sofferenza, mentre gli intelligenti, i più pacati, i più riflessivi, ci mettono sempre un po’. È come a fine conferenza: c’è qualche domanda? Proprio i più intelligenti ci pensano di più, prima di fare la domanda. Allora in queste relazioni online è molto importante coltivare le interazioni anche con le persone che hanno interazioni ostili, proprio per vedere che c’è un certo stile per richiamare gli altri. Uscendo dalla teorizzazione nella pratica, oggi dopo due anni, alla Grande Storia la maggior parte delle volte io non intervengo neanche più come programma. Perché parte qualcuno che comincia a insultare ma poi si fanno avanti un paio di utenti che invece ci tengono a quegli spazi e lo ammansiscono loro. Anzi, a volte ho il problema di non far essere troppo bacchettanti i buoni con il cattivo, perché online c’è spazio per tutti, e non dobbiamo rendere la rete un posto esclusivo. Il rischio è più quello, di voler tenere pulito tutto: bisogna anche su quello stare attenti, perché è bene che ci sia sempre lo spazio per chiunque. Così nascono comunità inclusive. È faticoso, ma questo accade online esattamente come accade nelle nostre comunità fisiche. La questione è culturale, non è tecnica. Ve lo dimostra un fatto: avete presente il problema delle fake news, della disinformazione? Crediamo che questa sia una questione tecnica, perché bisogna saper usare bene gli strumenti, è molto difficile riconoscere le notizie eccetera, però poi c’è un momento nella vita quotidiana connessa di tutti noi, in cui questo fenomeno non accade in cui qualsiasi utente, anche il meno avvezzo al mezzo, di solito non ci casca. Sapete qual è? Nel momento in cui si fanno acquisti online, nel momento in cui uno in una città che non conosce cerca un ristorante. In quei momenti ognuno di noi, mediamente, di solito si prende tutto il tempo per valutare i contenuti che sta vedendo, si fa domande sulle foto che vede, sui commenti che legge degli utenti. Sapete perché? Per un motivo molto semplice, perché ci sono di mezzo i soldi. E il capitalismo, se una cosa ce l’ha insegnata a tutti, è che quando tiri fuori i soldi devi essere accorto. Ecco, abbiamo bisogno di una cultura oggi, per esseri umani interconnessi, in cui ci rendiamo conto che quando diamo credito a qualcosa che leggiamo stiamo dando molto di più che cinquanta, cento o duecento euro. Stiamo dando a quella narrazione la possibilità di raccontarci il mondo da quel punto di vista, che è molto di più di qualsiasi soldo. Quando si leggono certe cose, quando si sentono certe narrazioni, dobbiamo abituarci molto più a un pensiero critico che a un uso degli smartphone. Gli smartphone funzionano benissimo. Lo strumento è lo stesso, il problema è l’essere umano, che non ha voglia di fare questo controllo. Noi qua dobbiamo lavorare. Come ne usciamo da questo? Secondo me se ne esce in parte con quello che ha detto Padre Antonio, a cui io però aggiungo qualcosa. Posto che questo contatto con la differenza non solo sarà inevitabile, ma è prezioso perché oggi dobbiamo passare dalle risposte alle domande, dai contenuti alle persone, dalla trasmissione alla testimonianza, dai contenuti alle relazioni, dall’interazione all’interiorizzazione, noi abbiamo bisogno fondamentalmente di persone, in questa sala mi verrebbe voglia di dire cristiani, però persone intanto, che abbiano voglia di cimentarsi in quello che io chiamo il collaudo; abbiamo una grande metafora in testa, che è quella della battaglia. Pensateci un attimo: la battaglia culturale, la battaglia per i valori, la battaglia per le persone, per il bene. Ed è una metafora che per tanti anni, per tanti secoli ha funzionato, in quello schema lì in cui però non eravamo proprio tutti interconnessi. C’erano dei campi, dei luoghi, in cui dovevamo fare le battaglie. Ed era giusto. Secondo me bisogna passare alla metafora del collaudo e, invece di affrontare le discussioni che nasceranno online, i dissensi che incontreremo, le interazioni un po’ forti come una battaglia in cui vince uno o l’altro, o in cui perlomeno tutti e due si feriscono a vicenda (perché le parole hanno delle conseguenze), perché non entriamo nell’ottica del collaudo, vediamo se quello che io dico, vediamo se quello che io sono, vediamo se quello che io vorrei essere, per esempio cercare di vivere il Vangelo, regge il collaudo alla prova dell’altro?. E l’altro può essere benevolente, può essere ostile, può essere che non ne vuole sapere all’inizio, ma poi potrebbe rendersi pacifico. Non lo possiamo prevedere prima, e questo è proprio il bello del collaudo. Perché è importante il collaudo? Perché ha diversi effetti. Primo effetto: migliora noi. La maggior parte delle volte, quando cerchiamo di spiegare a qualcuno molto diverso da noi come la pensiamo, perché crediamo in quelle cose, ci accorgiamo soprattutto delle nostre lacune, e se abbiamo purezza di intenzione torniamo a casa e ci diciamo: dobbiamo migliorare su questo punto, perché non sono riuscito a dirgliela bene questa cosa. Primo effetto. Secondo effetto: può avere un effetto sull’altro. Cioè l’altro, di fronte a uno che si mette alla prova, comunque comprende e apprezza lo sforzo. Terzo: ha effetto soprattutto sulla moltitudine silenziosa di cui ha parlato Padre Spadaro, che io chiamo volontariamente moltitudine, perché non c’è bisogno che sia maggioranza, possono essere anche in pochi, rispetto alla maggioranza, ma ogni volta che interagiamo online, proprio per la dimensione pubblica, ci dobbiamo ricordare che non siamo mai uno contro un altro, uno contro tre ostili, ma tutte quelle interazioni non solo sono pubbliche al momento, cioè vengono lette da molte più persone, ma saranno lette anche dopo, successivamente, durano nel tempo. Allora la testimonianza di cui parlava Padre Antonio è questa: abbiamo bisogno di persone che stiano in rete, pronte a dare prova di quello in cui credono, di quello che sono, di quello che insegnano, o presumono di insegnare, perché questo darà testimonianza a tanti che, guardando, diranno: “È rimasto paziente”. E questo immetterà nella rete di relazioni significati. Sapete che le reti sociali, che sono la forma più antica di convivenza umana, hanno nella loro struttura un’influenza su ciascun individuo che ne fa parte. Ciascun individuo, nel muoversi in una rete sociale, è vincolato dal tipo di relazioni che hanno stabilito gli altri; ma funziona anche l’altra direzione: l’individuo all’interno della rete, se immette dei significati in queste relazioni, modifica la struttura della rete. Noi nella rete online, nella rete connessa attraverso le tecnologie, abbiamo bisogno di chi immette significati in queste relazioni, soprattutto nelle relazioni scomposte, soprattutto nelle relazioni deragliate, soprattutto in quel residuo, quello scarto che si fa avanti. Io che faccio il lavoro per trasmissioni del servizio pubblico ritengo di avere anche proprio un compito da parte del servizio pubblico e mi devo muovere con l’idea del servizio pubblico. Ma questo ognuno dovrebbe, come dire, adattarlo al suo ruolo. Le istituzioni, le associazioni, le scuole, le insegnanti, ognuno al suo livello secondo me dovrebbe prendersi la parte di rete che gli spetta e farsene carico, raccogliendo anche queste energie un po’ scomposte e residuali che vengono dalle persone, per restituire nuovi significati. Grazie.

 

LUCIANO REGOLO, Famiglia Cristiana

 

Buonasera a tutti, grazie a Retinopera per questa serata, che è molto interessante. Io sono direttore di Famiglia Cristiana dallo scorso 15 gennaio; Famiglia Cristiana è una realtà che voi tutti conoscete, forse più sul cartaceo, però è operativa, vivace, anche sul sito. Poi avevo portato dei dati, anche sui social network. Ho avuto un battesimo abbastanza difficile a Famiglia Cristiana, da questo punto di vista: credo anch’io, come Antonio Spadaro e Bruno Mastroianni, che bisogna distinguere tra quello che è la tecnologia e chi adopera questa tecnologia. Questa è una distinzione molto importante. Non sono così convinto che non esista l’odio, l’odio espresso tecnologicamente. Me ne sono reso conto nella vicenda, credo ahimè nota a livello internazionale, del titolo che Famiglia Cristiana ha dedicato a Salvini, “Vade Retro Salvini”, dove, al di là della discutibilità o meno, siamo stati provocatori ma siamo stati corretti. Don Antonio Rizzolo è un paolino, un sacerdote, un teologo, quindi molto meglio di me era in grado di spiegare il profilo evangelico di questa affermazione, che dal Vangelo (Marco 8, 33) è l’espressione che Gesù rivolge a Pietro, il quale, di fronte alla profezia di quanto lui avrebbe vissuto, la Passione e la morte, non accetta questo destino e lascia intendere che si opporranno, e Gesù dice: “Vade Retro, Satana, tu parli con i pensieri degli uomini, non con i pensieri di Dio”. Quindi era una frase volutamente forte, per far capire che gli egoismi così non portano certamente al pensiero di Dio, peraltro laddove il Vangelo ci obbliga a riconoscere nella persona che soffre, nella persona che sta morendo, nella persona che ha bisogno il Cristo stesso. E così noi abbiamo scritto questa cosa. Voi non avete idea dei falsi profili che sono nati in men che non si dica per minacciare il ritiro di abbonamento a Famiglia Cristiana. Forse erano maggiori degli abbonamenti reali. Tutto questo ha creato un momento di difficoltà, quasi di sbandamento, se non si ha la quadratura professionale e anche una certa dimestichezza con i media. E poi sono cominciati una serie di attacchi, anche personali. Per esempio io nel mio passato ho fatto tante cose, sono stato direttore dell’Ora della Calabria durante il caso Gentile, un caso di censura della stampa. Ho scritto dei libri di storia della spiritualità, libri nei quali peraltro la tecnologia e il mezzo “online” è stato utilissimo, nel senso che uno può contattare archivi da altre parti del mondo per ottenere delle notizie. Però io sono anche stato direttore di Novella 2000; questo è stato motivo per dire: “Ecco a chi è messo in mano Famiglia Cristiana, a uno che è passato dalle attricette”. Il dibattito voleva essere una occasione, anche quello scossone, per far riflettere la comunità cristiana sul valore dell’accoglienza. Cosa che peraltro era in linea con quello che aveva detto la CEI: richiamare anche questi valori a livello educativo, a livello formativo, a cominciare dalle parrocchie. E quindi io mi sono concentrato volutamente a non rispondere a questi insulti, anche se crescevano. Cosa ho dedotto da questa esperienza? Ho capito che effettivamente in questo momento c’è una tendenza a manipolare la percezione delle cose attraverso i social. E ciò apre un problema dal punto di vista professionale, deontologico. Nel senso che chi non ha contezza di che cosa sia l’attività giornalistica, a volte mal distingue quello che è un sito di informazione, però gestito, prodotto, analizzato con quelli che sono i crismi dell’attività giornalistica, che comportano ovviamente la verifica delle fonti, una direzione responsabile, giuridicamente riconoscibile, e una serie di altre caratteristiche. Vi preciso, in tutto questo, che c’è un quotidiano che ha pubblicato un sondaggio che affermava che tutti i cattolici erano dalla parte di Salvini non di Famiglia Cristiana. Peccato che il sondaggio era del 2017, cioè del periodo in cui era ministro degli interni Minniti – e non Salvini. Questo per dire che è importante che chi fruisce del mezzo della comunicazione digitale impari a distinguere, andando a verificare ciò che ha letto, per evitare di credere alle fake news. Purtroppo le fake news creano una percezione sgradevole, per esempio del fenomeno dell’immigrazione, che in questo momento risente moltissimo di una comunicazione superficiale. È vero certamente che la rabbia non la scopriamo oggi, la rabbia sociale c’è sempre stata, la frustrazione sociale c’è da sempre. Però non c’era la possibilità di sentire la voce di tutti senza verificare che ciò che si dice corrisponda al vero. C’è anche il rischio che questa rabbia produca effetti concentrici, spiriti emulativi e altre cose che prima non c’erano. D’altra parte la comunicazione digitale può essere anche un’occasione di libertà di stampa, e io ho vissuto anche quest’esperienza, come direttore del quotidiano L’Ora della Calabria, quando venne simulato un guasto alle rotative per impedirci di uscire con una notizia sgradita a un senatore, in quanto riguardava un avviso di garanzia ai danni di suo figlio. Allora cosa è successo? Dopo varie vicende è stata chiusa la testata, addirittura è stato oscurato anche il sito, senza alcuna ragione, perché non vi era alcun costo dell’attività cartacea. E noi giornalisti eravamo disposti a continuare la nostra attività senza percepire lo stipendio. Aprimmo un blog, dal titolo “L’Ora siamo noi”, che ci consentì di coprire tutto il periodo dell’occupazione; fu l’occasione di un dibattito molto importante sulla libertà di stampa. Credo che da tutto questo “guazzabuglio” negativo, possiamo prendere un input positivo: si può usare la capacità penetrativa della comunicazione digitale anche in maniera utile. Per esempio, noi stiamo lavorando con alcune persone, e Famiglia Cristiana crede moltissimo in questo, nel farsi spazio di confronti utili, costruttivi sulle tematiche sociali, sulle tematiche della famiglia, anche con interventi video, dibattiti, confronti, anche a distanza, per cercare di combattere la superficialità e la violenza verbale, con una riflessione, che non può che essere sempre meditata, ragionata, improntata al bene comune. Io credo che sia fondamentale per noi rendere positiva questa forma di comunicazione, perché così poi ne possono scaturire anche pensieri adeguati, profondi. Ecco, il fatto che il pontefice possa dialogare attraverso questa forma, possa comunque lanciare un seme, è una cosa molto bella, a mio avviso. Però dobbiamo lavorare su due livelli: chi fa informazione deve cercare di rendere più facile la distinzione, per chi ne usufruisce, tra quella che è vera informazione digitale e quella che non lo è; e poi anche da parte di chi utilizza questo mezzo, bisogna imparare a fare verifiche e confronti.

 

GIGIO RANCILIO, Avvenire

 

Buonasera a tutti, grazie dell’invito. Prendo spunto da quello che si diceva prima sui barbari, perché i barbari sono diventati tali. E io mi sono chiesto più volte, mi sono fatto più volte questa domanda e mi sono dato questa risposta: sono diventati tali perché per troppo tempo non abbiamo preso sul serio le loro critiche, le loro testimonianze, le loro domande e la loro rabbia. Noi cerchiamo spesso e volentieri di definire come buona la nostra comunicazione e superficiale quella degli altri. Né è un esempio la frase che spopola sui social “condividi se anche tu vuoi mandarli tutti a casa”. Ci dimentichiamo che questa cosa fa presa perché esistono dei “bias cognitivi”, a causa dei quali ci sono dei bug nel nostro cervello. L’immagine con quella scritta ha una presa molto più forte di un articolo lungo e documentato. E ci dimentichiamo anche che a volte la nostra è una comunicazione noiosa. Io ho un grande problema tutti i giorni: trasferire in un luogo dove le persone stanno facendo altro, come sono i social – e spesso sono lì per divertirsi, sono lì per vedere le foto dei nipotini –, degli articoli che sono stati costruiti per un giornale cartaceo, degli articoli che sono stati titolati per un giornale cartaceo, e io devo cercare di trasferirli, stando attento a tutta una serie di elementi delicati, perché se un titolo è stato fatto dal direttore è un po’ più difficile da cambiare rispetto a quello fatto da un collega, per esempio, per cercare di far diventare quello che io sto condividendo qualcosa di minimamente interessante per chi ci sta inciampando. Quando vedo i report capisco che noi riusciamo ad avere la metà delle interazioni che ha un giornale con un milione di fan mentre noi ne abbiamo 140.000. Noi abbiamo un problema di linguaggio, spesso e volentieri il modo con cui parlano i cattolici non è più quello con cui parla la gente normale. È un problema reale, di linguaggio. Abbiamo un altro problema: noi non possiamo usare certe strategie, certi stratagemmi, è una questione di stile. Si parlava prima dello stile cristiano di stare in rete: noi non possiamo fare le cartoline con scritto “mandateli tutti a casa”, e non possiamo fare, perché sarebbe squalificante, “clicca e condividi se anche tu ami Gesù”, come fanno certe pagine dedicate a Gesù e a Maria. E non possiamo nemmeno usare dei toni eccessivamente polemici. È sempre una questione di stile. E avere uno stile significa anche non cercare di avere effetto sulle persone che possiamo raggiungere solo se si urla. Se io scendo in strada e mi metto a urlare, attirerò molte più persone rispetto ad una conversazione pacata. È ovvio che se poi io ho delle cose interessanti da dire, le persone che avranno la bontà di ascoltarmi diranno: “Però! Aveva delle cose interessanti da dire”. Ma non posso certo andare sui grandi numeri. Però noi abbiamo un grande vantaggio. È stata detta oggi una cosa che era vera fino a un poco di tempo fa, ma non è più così vera, e cioè che certi titoli si fanno per avere lettori, perché il numero di lettori è denaro. Ormai i siti anche che fanno decine e centinaia di migliaia di click ogni giorno guadagnano pochissimo. Il modello a cui noi dovremmo tendere come mondo cattolico e come mondo dell’informazione cattolica è il modello del giornale olandese “De Correspondent”. L’Olanda ha poco meno di 8 milioni di persone. Questo nuovo giornale, nato esclusivamente online, fa quattro articoli al giorno ma è riuscito ad avere 80.000 abbonati, su un paese che ha 8 milioni di persone. Come sono però quei quattro articoli? Ascoltano la propria base, rispondono a delle domande della propria base, non hanno paura di dare risposte che possano anche fare male alle proprie idee o alla propria parte. E quando ci sono delle cose importanti, come degli attentati, loro non fanno un articolo; linkano tutti i siti di informazione che ci sono in lingua francofona o in lingua inglese che stanno lavorando bene. Perché uno dei compiti del giornalista digitale, e ce lo dimentichiamo troppo spesso, a furia di fare gli articoli di carta e a mettere gli articoli di carta sul digitale, è quello di unire i puntini. Ma se io non ho un giornalista cattolico che si prende la briga di aiutarmi e dirmi quali sono le risposte più interessanti che lui ha trovato in rete intorno a un tema, a me cosa serve questo giornalista? Non è vero nemmeno che non esistono più le domande, perché le domande stanno tornando, attraverso gli assistenti digitali. Se noi non pensiamo avanti, non ci saremo, fra due anni la metà delle ricerche saranno ricerche vocali. Ci dobbiamo essere adesso, a costruire le basi per dare delle risposte ad allora. La Chiesa di Inghilterra ha fatto un accordo con Amazon, per cominciare a fornire delle risposte ufficiali ma che non possono essere il catechismo letto da un bravo lettore; bisogna avere un gruppo di persone che sanno cosa significa il digitale e che rispondano a queste domande. Questa è una delle grandi sfide del giornalismo che abbiamo davanti, del giornalismo cattolico e della presenza dei cattolici in rete. Un’altra delle sfide che noi abbiamo davanti, e lo dico come provocazione, è come portare al popolo di Instagram una sintesi del comunicato finale dell’assemblea della Conferenza Episcopale Italiana. Non si leggeranno mai 280 righe. Come glielo portiamo il contenuto a queste persone? O le vogliamo lasciare fuori? Abbiamo 11 milioni di persone in Italia che vengono chiamati analfabeti funzionali, cioè non riescono a capire dei testi troppo complessi e troppo lunghi. Vogliamo provare a parlare con queste persone? Abbiamo una serie di problemi e cominciare ad ammetterlo significa andare avanti, fare un passo avanti. L’odio, lo diceva prima giustamente Bruno Mastroianni, che è un esperto di questo tema molto più di me, non è nato coi social. Se proprio lo vogliamo datare, è nato con Sgarbi, che al Maurizio Costanzo Show, nel 1990, disse: “Voglio vedere la morte di Federico Zeri”, che era un altro critico d’arte con cui lui aveva lavorato e si era scontrato. Mai prima in televisione qualcuno era andato ad augurare la morte a qualcuno. Successo di pubblico, polemiche, da quel momento noi abbiamo avuto i talk show dove si litigava e basta. La gente ha imparato a comportarsi in quel modo dai talk show, non dai social. È la televisione che forma le persone, non sono i social che formano le persone. Noi dobbiamo ringraziare i social, lo dico paradossalmente, perché hanno fatto emergere anche tutto quello che prima stava semplicemente nella testa delle persone. Dobbiamo imparare a interagire con questa realtà, altrimenti siamo finiti. Il problema vero di noi comunicatori è che abbiamo vissuto un’epoca molto fortunata, chiudevamo gli articoli, li assegnavamo, ed era finito il problema, era un problema della tipografia, dello stampatore e del distributore. Oggi chiudiamo l’articolo e il problema comincia lì. Se non entriamo in questa logica, abbiamo finito di fare i comunicatori. E anche lì dobbiamo cominciare a fare rete, Retinopera. Troppo spesso i cattolici vanno ognuno per conto proprio, sono troppi gelosi del proprio orticello, dei propri follower. Invece con i colleghi di TV2000, con i colleghi di Vatican News, grazie al progetto Chain News, noi stiamo cominciando a mettere in circolo le cose. Anche lì abbiamo un problema perché il mondo cattolico, ce ne dobbiamo fare una ragione, non è più la maggioranza. E a furia di fare articoli e contenuti che parlano al mondo cattolico è sempre più piccolo il nostro territorio. Vogliamo provare ogni tanto a portare fuori il contenuto? Non solo a chi non è cattolico, ma anche quelli che ci odiano. Uno dei più grandi problemi che noi abbiamo è che quando ci accusano e accusano la Chiesa di non fare niente o di lucrare sugli immigrati, noi abbiamo il problema che non esistono dei dati aggregati su quello che fa esattamente la Chiesa. La domanda che io mi faccio è questa: possibile che con tutti gli uffici che abbiamo, con tutte le menti brillanti che abbiamo, con tutti i dati che abbiamo, con tutta la potenza di fuoco che abbiamo, non riusciamo a fare aggregazione per comunicare le cose belle che sta facendo la Chiesa? Questo è un problema, che va oltre Avvenire, va oltre TV2000, va oltre Famiglia Cristiana. È un problema di comunicazione. Se io non ho niente di forte da comunicare, che cosa comunico? Il centoduesimo editoriale. Mi dispiace dirlo, perché io faccio il giornalista e scrivo. Il 47% degli articoli sul digitale vengono chiusi entro la decima riga. E non è sempre colpa del fatto che chi li ha scritti li ha scritti male o non è abbastanza interessato. È che un tempo i giornali e gli articoli lottavano contro giornali e articoli. Oggi un giornale o un articolo che passa in uno smartphone lotta contro una canzone di Spotify, un video di YouTube, un telefilm di Netflix e tante altre cose, che sono ahimè molto più interessanti, spesso e volentieri. O noi ci chiediamo che cosa abbiamo da dare in più di tutti gli altri, per poter guadagnare non soltanto il tempo, ma anche il rispetto e la fiducia delle persone, o continueremo a mettere discariche di link sui social, che produrranno sempre meno conversione e spegneranno sempre di più la nostra comunità. Già oggi, dicevamo prima, il 10% soltanto delle persone che hanno messo “mi piace” alla pagina di un giornale o di un marchio riceve i contenuti, ma se noi facciamo dei contenuti noiosi, quel 10% diventa l’1%. Dunque non lamentiamoci che fuori ci sono i cattivi, anzi cominciamo a chiederci se abbiamo delle cose interessanti da proporre loro.

 

PIERO MARTINELLI, Unimondo

 

Noi siamo ultimi non per caso, nel senso che di fronte a queste testate ovviamente Unimondo è un minuscolo esempio di resistenza, perché nonostante stiamo da vent’anni su internet e cioè da quando esiste (siamo coetanei di Google), non abbiamo fatto gli stessi profitti. Ciò vuol dire credere che questo tipo di testimonianza vale la pena. La fondazione che dirigo ha nel suo statuto come primo riferimento la dottrina sociale della Chiesa, ma poi a cerchi concentrici arriva fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, tanto è vero che Unimondo nasce il 10 dicembre, giorno in cui si ricorda la firma, nel ’48, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È una testata piccolina, che produce uno o due articoli al giorno, utilizzando giornalisti giovani, che passano da noi, che cerchiamo di pagare il giusto, e che poi per fortuna loro, per soddisfazione nostra, arrivano a testate ben più grandi; inoltre, ci siamo dati un target. Ho sentito più volte dire “nessuno legge più gli articoli”, però quelli che li leggono leggono i nostri. Noi vediamo che non abbiamo nessuna capacità di competere sul giorno per giorno, sulla notizia dell’ultima ora. Qualche cosina possiamo dire sull’articolo di 6-7.000 caratteri, che cerca di approfondire un pochino, di andare alle cause, di cercare di individuare magari qualche conseguenza, senza arrivare all’accademia, ma dando dei riferimenti. Così facendo abbiamo costruito quello che distingue una ricerca su Google da una ricerca mirata. Su Google chi mi garantisce l’autorevolezza di migliaia e migliaia di risposte che ottengo alla domanda? Ecco, chi viene su Unimondo sa che su certe tematiche – pace, ambiente, diritti umani, cooperazione internazionale – perlomeno ha venti anni di errori, che non garantiscono di non farne degli altri, però uno può andare a vedere che cosa è stato detto nei vent’anni precedenti. Quindi abbiamo scelto di di cercare di mantenerci un certo tipo di target e di soddisfare quello. Fra l’altro è curioso che secondo Google, che è abbastanza informato, questo tipo di lettori sia giovane: la maggior parte di questi lettori sono dai diciotto ai trentaquattro anni, quindi ci sono molti giovani che vogliono approfondire qualcosina. Ecco, diverso è il discorso per la nostra pagina Facebook, perché abbiamo già detto tutti che sono due mondi completamente diversi e che su ognuno bisogna usare un linguaggio e delle tecniche diverse. Abbiamo chiamato la nostra pagina fin dall’inizio “Unimondo Face to Facebook”, perché avevamo l’intenzione di fare in modo che non fosse esclusiva, ma che fosse un veicolo per arrivare al face to face, a parlarsi. Abbiamo raggiunto circa 255.000 fan in alcuni anni, dopodiché, forse per la nostra ostinata negazione di comprare pubblicità su Facebook, il nostro numero di fan non cresce più, rimane stabile. Però ci va bene così. Per una realtà come la nostra, fatta di due persone, credo che sia un bel risultato. La nostra politica per quanto riguarda i post, e ne pubblichiamo circa trenta al giorno, è quella di valorizzare i nostri articoli, ma di valorizzare anche tutti gli articoli di una grandissima quantità di partner che in maniera stretta o larga condividono le tematiche su cui lavoriamo. Quindi, a parte due o tre post che rilanciano i nostri articoli del giorno, tutti gli altri sono di realtà vicine o lontane, e in qualche caso anche di opinioni diverse dalle nostre. Questo è un obiettivo che ci siamo dati: cosa possiamo fare per dire qualcosa come testata, come pagina, che condivide almeno alla partenza un certo insieme di ideali? Ecco, ci siamo interrogati molto su questo e le nostre pagine e i commenti sono abilitati e monitorati. Ci siamo trovati molto bene con Bruno Mastroianni; lui usa una metafora canina che mi piace molto e dice che non basta più appunto fare il cane da guardia o il segugio per trovare le informazioni, ma il giornalista comincia a lavorare quando ha pubblicato. Deve in qualche maniera guidare chi lo legge e fargli trovare un ambiente consono. Ecco, il nostro tipo di moderazione è di questo tipo. Escludiamo, chiudendo la comunicazione, quelli che si esprimono in maniera che non sia consona a tutta la maggioranza silenziosa, che ha ben espresso Mastroianni, perché chi ci viene a leggere (abbiamo una portata di circa 60.000 letture al giorno) sa di poter trovare qui dentro questo tipo di ambiente. Noi abbiamo cercato di definire la comunicazione dentro la pagina come ecologica, quindi che non vada a intaccare le risorse anche morali e anche mentali delle persone che la frequentano, e soprattutto aggregante. Ecco, uno dei criteri che cerchiamo di utilizzare è che se una critica è divisiva, può essere estremamente utile, per costruire, per fare un passo in avanti rispetto alla discussione. Quello però che diventa veramente distruttivo della comunità che sta intorno alla nostra pagina, invece, lo scoraggiamo. Mi interessa particolarmente poi, sia dal punto di vista delle nostre pagina che dal punto di vista personale, l’affermazione che è stata fatta, e cioè che ognuno deve abitare il suo pezzetto di internet e che il miglior modo di capire le ragioni che stanno dietro a un commento apparentemente spropositato è quello di cercare di capire. Allora, nel piccolo della mia persona, dove non coinvolgo la mia professione, voi sapete che ci sono delle pagine in cui c’è una certa interazione; lì bisogna presidiare quell’ambiente con una interlocuzione che sposta la polemica e che distingue fra opinioni e fatti: per esempio, rispondere ad una persona che afferma in maniera tranchant un fatto, chiedere “ma quali sono le tue fonti? Dove hai trovato questi dati? Perché mi interessa capire”, smonta completamente la polemica e fa emergere coloro che la pensavano più o meno allo stesso modo e che non avevano avuto il coraggio di dire la stessa cosa. Ma non solo, a volte permette a noi di capire meglio quel fenomeno, di capire che anche la nostra posizione era un po’ da rivedere e che forse la verità stava nel mezzo. Nell’ultimo periodo il nostro consiglio di amministrazione ci ha dato un obiettivo preciso: quello di combattere la polarizzazione delle opinioni. Ecco, bolla o non bolla, internet o non internet, tutti noi tendiamo a frequentare persone che proprio non ci pestano i piedi ogni momento che li incontriamo. Però in questo modo, da sempre, ma a maggior ragione adesso con questi strumenti, rischiamo di inaridire i nostri argomenti perché non abbiamo più nessuno che li testa, nessuno che li mette alla prova. Cercheremo di fare questo nel prossimo futuro e io credo che sia uno stimolo, che sia un esempio, un modo per dimostrare che in qualche maniera le ragioni che abbiamo hanno qualche fondamento e per questo vogliamo ospitare nelle nostre pagine e nei nostri siti anche delle opinioni molto diverse dalle nostre, che abbiano come obiettivo quello di esporre i nostri lettori a una discussione. È chiaro che tutto questo va monitorato, per evitare che diventi un boomerang, ma crediamo che in questo ci possa essere per Unimondo una missione, quasi, una vocazione, e forse credo che questo si potrebbe estendere anche ad altri media. Un’ultima parola la vorrei spendere sul discorso della rete. Il nostro statuto ci impedisce di fare progetti da soli, ci costringe ogni volta a cercare almeno un altro partner per fare dei progetti. Inoltre, parlare di rete all’interno della rete diventa quasi un ossimoro. Quindi sono molto contento di questo appuntamento, perché può essere l’occasione per limitare un po’ la nostra sovranità, a cui tutti facciamo fatica, per cercare di coinvolgere e mettere in rete. Pensate se per un momento tutti gli 85 o 87 organismi della FOCSIV per un giorno mettessero tutti la stessa immagine in homepage, o mettessero tutti su Facebook per quattro volte la stessa immagine, è chiaro che questo avrebbe un impatto che nessuno di loro minimamente si sogna, neanche lontanamente. Ecco, questo è il mio consiglio, che do a noi stessi che siamo a questo tavolo, per cercare di dare valore anche a questo incontro. Grazie.